Performance di Anna Luana Tallarita

Il lavoro di Anna Luana Tallarita si sviluppa a partire da una formazione di cantante jazz che, nel tempo, lascia progressivamente spazio a un’attività performativa sempre più ampia e complessa, in cui il gesto vocale si apre a una dimensione interdisciplinare e composita. La sua ricerca porta in scena il teatro, il jazz, la musica improvvisata, la parola e la pittura, costruendo un linguaggio ibrido in cui le arti non si giustappongono ma dialogano tra loro in modo continuo e necessario.

In questa prospettiva, la performance diventa luogo di attraversamento e di relazione, spazio in cui i diversi linguaggi si incontrano e si trasformano reciprocamente, dando forma a un tessuto evocativo e stratificato. Il lavoro si configura così come un campo di indagine estetica e al tempo stesso filosofica, in cui vengono affrontate tematiche importanti che interrogano il presente, l’identità, il corpo e la memoria.

Ne emerge una pratica artistica che non separa le arti ma le mette in dialogo, in una tensione costante verso una forma di espressione totale, in cui suono, immagine, parola e gesto concorrono a definire un unico spazio di senso.

Gli articoli:

Medea il Sangue la Voce il Silenzio : La performance di Anna Luana Tallarita contro la Violenza di Genere

La performance L’ATTO ESTREMO contro la violenza di genere di Anna Luana Tallarita su Medea si configura come un atto scenico di forte densità simbolica ed evocativa, una improvvisazione che attraversa il mito e lo restituisce come materia viva del presente, ferita aperta del corpo femminile e della sua memoria.

Al centro della scena si impone una figura di donna-angelo, con ali e sottoveste bianca, presenza sospesa e insieme vulnerabile, che si aggira nel centro dello spazio scenico come in un limbo tra innocenza e caduta. Il suo movimento non è mai compiuto, ma iterativo, quasi rituale: un procedere che lentamente si trasforma in abbandono. Il bianco, progressivamente contaminato, diviene superficie di iscrizione della violenza: le mani, il lenzuolo, i fogli di carta sparsi sul pavimento si macchiano di rosso, in una scrittura corporea che non descrive ma incide, non racconta ma testimonia.

La voce fuori campo, quella della Tallarita, attraversa la scena come presenza disincarnata e insieme intima, evocando il monologo di Medea non come semplice recitazione, ma come frammento di coscienza lacerata. La parola si fa eco, vibrazione, respiro spezzato, restituendo la dimensione estrema del sacrificio e della perdita, il nodo inestricabile tra amore, abbandono e distruzione.

E così farò. Ma entra in casa, occupati dei ragazzi, delle cose di cui hanno bisogno tutti i giorni. Creature, creature mie, ormai avete una città, una casa dove abiterete per sempre, senza vostra madre, che resta abbandonata nella sua sventura. Io me ne andrò esule in un altro paese, prima di godere di voi, di vedervi felici, di festeggiare il vostro matrimonio, la sposa, di allestire i lavacri nuziali, di levare in alto le fiaccole accese. Il mio maledetto orgoglio mi sta rovinando. Vi ho allevato inutilmente, figli, inutilmente ho penato, mi sono macerata di fatiche, dopo avere sopportato gli aspri dolori del parto. Quante speranze avevo riposto in voi, un tempo; mi immaginavo, povera disgraziata, che mi avreste assistito nella mia vecchiaia, che da morta mi avreste seppellito pietosamente con le vostre mani; una sorte invidiabile agli occhi della gente. Ma è svanita l’illusione che accarezzavo. Priva di voi, condurrò una vita triste e angosciata. Non rivedrete più, davanti agli occhi, vostra madre: voi passate a un altro tipo di esistenza. Ma perché, perché mi guardate in questo modo? Perché questo sorriso, questo estremo sorriso? Che dolore! Cosa devo fare? Mi perdo di coraggio, amiche, quando vedo il volto sereno dei miei figli. No, non me la sento: all’inferno le decisioni di prima. Porterò via con me i bambini. Per straziare il padre con le sventure dei suoi figli, devo proprio raddoppiare la mia di sofferenza? No davvero.

Medea- Euripide

In questo spazio sospeso, la donna-angelo si distende e va a dormire, come se il sonno fosse soglia estrema di resa e protezione insieme. Ma anche nel riposo la scena continua a parlare: il corpo resta inscritto nel segno del rosso, le mani il viso le braccia….nel residuo visibile della violenza che non si cancella.

Poi, improvvisamente, il risveglio. Il corpo si rialza e si apre al canto. La voce si fa presenza, fragile e insieme ostinata, e intona Vita Anche gli angeli capita a volte, sai, si sporcano,
ma la sofferenza tocca il limite
e così cancella tutto
e rinasce un fiore sopra un fatto brutto.
Siamo angeli con le rughe un po’ feroci sugli zigomi,
forse un po’ più stanchi, ma più liberi,
urgenti di un amore
che raggiunge chi lo vuole respirare.

di Gianni Morandi e Lucio Dalla,

trasformando la scena in un passaggio di soglia, da una tragedia silenziosa a una possibile sopravvivenza sonora. Il canto interrompe la fissità del dolore e la trasforma in vibrazione condivisa.

«Anche gli angeli capita a volte sai si sporcano» — e in questo verso, evocato come nucleo poetico della performance, si condensa l’intera tensione dell’opera: la caduta dell’innocenza, la contaminazione inevitabile del corpo, la fragilità che appartiene a ogni forma di umanità. La sofferenza non viene negata, ma attraversata, lasciata emergere come condizione inevitabile dell’esistere.

Il significato profondo della performance si radica così nell’immagine della donna che sacrifica se stessa e la propria prole per sfuggire alla violenza maschile, trasformando il mito in una provocazione contemporanea, in un grido scenico che non cerca consolazione ma consapevolezza. Medea non è figura distante, ma specchio e ferita del presente.

Lo spettacolo, organizzato da un’associazione contro la violenza sulle donne presieduta dalla psicologa dott.ssa Franca Ierano, si è imposto come evento di intensa partecipazione emotiva, lasciando il pubblico attraversato da una commozione profonda, spesso prossima al silenzio, come se la scena avesse aperto uno spazio comune di ascolto e di vulnerabilità condivisa.

Frontiere Fragili La performance di Anna Luana Tallarita

Corpi in Transito e Memorie in Esilio

La performance Frontiere Fragili di Anna Luana Tallarita si configura come un atto scenico di forte densità emotiva e simbolica, in cui il tema dell’emigrazione viene attraversato non come semplice racconto, ma come esperienza incarnata, memoria viva e ferita collettiva.

Al centro della scena si impone la figura della valigia legata con lo spago, oggetto povero e archetipico, che diventa emblema del partire e del perdere. In quella valigia dell’attore si concentra il dramma dell’emigrazione: il mondo che resta dietro l’andar via, dalle radici, dalle tradizioni, dalla propria terra. Frontiere fragili, come suggerisce il titolo, perché ogni uomo è una frontiera che attraversa se stesso, ma solo se tale attraversamento non è imposto, solo se non si perde l’identità.

La scena si costruisce come uno spazio di trasformazione continua: il camerino chiuso si apre alla scena, il dietro diventa davanti, il privato si fa pubblico, il corpo si spoglia e si reinventa. Il passaggio di abiti — dal cappotto da emigrante alla sottoveste rossa, fino alle paillettes scintillanti — segna una metamorfosi progressiva dell’identità, una stratificazione di tempi, memorie e desideri. Ogni gesto è transito, ogni cambio di pelle è una soglia.

La performance si articola come un teatro-canzone in cui il canto Amara terra mia, reso celebre da Domenico Modugno, attraversa la scena come eco dolorosa e universale. “Addio… addio amore… io vado via…”

Addio Addio Amore
Io vado via
Amara terra Mia
Amara e be..e..e..e..lla
Tra gli uliveti è nata
già la luna
Un bimbo piange allatta
un seno magro
Addio Addio Amore
Io vado via
Amara Terra mia
Amara e be..e..lla.

diventa non solo canto della partenza, ma sospensione emotiva condivisa, attraversamento di una nostalgia che riguarda la terra, gli uliveti, la luce e la perdita.

Le immagini del viaggio, dell’abbandono, della speranza scorrono come una memoria interiore che si sovrappone all’azione scenica, mentre la valigia di cartone diventa oggetto poetico e politico insieme, simbolo di una migrazione che non è mai solo geografica ma esistenziale.

La performance, presentata a Cinquefrondi nell’ambito della manifestazione “Una Vita di Valore” promossa dall’Associazione Socio-Culturale “Progetto Donna”, si inscrive in un contesto di riflessione civile e culturale sul tema delle migrazioni e delle identità fragili. In tale cornice, Franca Ierano ha promosso l’evento come spazio di sensibilizzazione e consapevolezza collettiva.

L’insieme si configura come una forma di teatro totale, dove parola, musica, gesto e immagine si intrecciano in un’unica trama evocativa. Una performance intensa, attraversata da silenzi e vibrazioni emotive, che ha lasciato il pubblico in una condizione di ascolto sospeso e commozione profonda, come se la scena avesse aperto una ferita comune e necessario spazio di riconoscimento.